ll passo tra scalare vette e danzare in aria creando volteggi mozzafiato è breve. Lo sa bene Fabrice Guillot, un passato d’alpinista, e un presente da coreografo, scenografo e ideatore di sorprendenti spettacoli aerei. È con la sua compagnia Retouramont, di base nei dintorni di Parigi, che prendono vita le sue creazioni capaci di sfidare il limite e la gravità. Non poteva essere altrimenti: se sei abituato a cercare sulle vette sempre ‘nuove vie’, da coreografo non puoi che inoltrarti in territori inesplorati dalla danza contemporanea. Una danza la sua - verrebbe da dire - non più appagata dalle sale teatrali, che cerca in spazi en plein air, nella natura, sugli edifici più avveniristici e sulle facciate storiche la sua ragione d’essere. È in questi luoghi che Guillot, insieme a fedelissimi danzatori/acrobati, dà sfogo alla sua arte, così impregnata di vertigine da sembrare l’incarnazione di questo pensiero di Paul Valéry: “Guardando il muro vedo una frase, una danza, un cerchio. Quando guardo il cielo, il cielo immenso, nudo, i miei muscoli si distendono. Tanto che lo guardo con tutto il mio corpo”.
In Vide accordé, lavoro cult della compagnia d’oltralpe tra i più arditi del suo repertorio, tre danzatrici si confrontano con il vuoto, con quello spazio che rende visibili e distinte le entità.
Vuoto concesso o Sintonia con il nulla potremmo tradurre il titolo di questa performance che si svolge a venticinque metri d’altezza su una struttura di corde a forma di prisma sopra la quale le tre performer sono appese. Giocano con il vuoto e con le possibili deformazioni che i loro corpi, la gravità, il peso e le spinte infliggono all’elastica piramide. Come uccelli neri nel blu intenso del cielo danno densità all’inconsistente, lo abitano, lo comprimono e lo allungano a loro piacimento. Facendo palpitare i cuori di chi guarda, costretti a stare con il naso all’insù e a far propria quella vertigine, nonché l’eterno, inappagato, desiderio di volare.