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2013
 

Auditorium Ballet/Iuvenis Danza

 
In residenza a giugno 2013 è Auditorium Ballet/Iuvenis Danza, della coreografa Greta Bragantini, compagnia di danza contemporanea di Verona, che sta lavorando al progetto Homo-Logo. Il loro lavoro osserva come nella deviata e deviante confusione tra il concetto di uguaglianza e quello dell’omologazione, la società si trovi oggi sull’orlo del baratro dell’uniformità di massa. Spiraglio di rinascita è l’incapacità dell’essere umano di globalizzarsi davvero fino ad annullare del tutto la propria essenza.

Nella deviata e deviante confusione tra il concetto di uguaglianza e quello di omologazione, siamo arrivati oggi sull’orlo del baratro dell’uniformità di massa, della mancanza di qualsiasi peculiarità in nome di una costrittiva e asettica globalizzazione. Questo è il triste quadro, fotografato con acume sia dal cinema che dalla letteratura più recente, e da esso prende ispirazione la coreografa per l’elaborazione di questo progetto. Tale uniformazione forzata, porta l’essere umano a trasformare la sua individualità in generalità auto castrando, spesso perfino inconsciamente, le caratteristiche personali a tutti i livelli, dai più profondi ai più superficiali.

Un processo apparentemente irrefrenabile, che risucchia le individualità nella massa, le peculiarità nella mediocrità replicata e replicante di sé stessa: l’estrema libertà che ci si illude di vivere è in realtà la più serrata delle gabbie. E’ una sensazione effimera, di gaberiana memoria, che prosciuga la vera essenza della libertà: i soggetti in movimento sulla scena, convinti di muoversi liberamente e senza costrizioni, ne sono invece tristi vittime.

Sono gli stessi corpi dei danzatori, attraverso i movimenti, a definire - dall’interno del “metaforico” palcoscenico - un “box”, che non si vede ma si subisce senza quasi potervisi ribellare. Il bianco labirinto che si delinea, in modo bidimensionale e volutamente scomposto, sul pavimento è la proiezione di questa inconscia gabbia virtuale. Però ci resta quel “quasi”, che è una speranza nell’incapacità dell’essere umano di globalizzarsi davvero fino ad annullare del tutto la propria essenza; un auspicio che la coreografa vuol sottolineare, nella convinzione che attraverso l’arte si possa recuperare quest’individualità perduta, trovando il coraggio della liberazione nella propria parte istintiva. Ciò che può scatenarla è il contatto con l’altro essere umano: se l’inevitabile massificazione porta, quasi per assurdo, ad una profonda solitudine, altrettanto inevitabilmente e fortunatamente la società porta all’interazione, pur occasionale, tra gli esseri umani. E’ in questo contatto che si culla la flebile speranza di liberazione e, quindi, di vera libertà. In un mondo di suoni e frastuoni, di troppe parole di poco peso, la coreografa sceglie di dar voce alla sua presa di coscienza e alla sua speranza di cambiamento attraverso i movimenti di soggetti che vagano nello spazio, da loro stessi circoscritto sul palcoscenico, senza neppure vedersi.

Il titolo scelto racchiude l’intento fin qui descritto, accostando - dopo un'accurata ricerca lessicale - il concetto latino di “homo”, nella sua peculiarità di individuo, a quello greco di “logos” come ragione, capacità di pensiero, ragion d’essere e, quindi, anche relazione. Si evidenzia così chiaramente come questi siano i valori da far riemergere da quella “omologazione” in cui, invece, troppo facilmente, rischiano di perdersi e confondersi.



DEBUTTO
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